Roma (giovedì, 9 aprile 2026) — Il 9 aprile 1809, dal Palazzo delle Tuileries, Napoleone Bonaparte emanava un decreto che, in piena epoca imperiale, restituiva ai fiorentini il diritto di utilizzare ufficialmente la lingua italiana. In una Toscana annessa all’Impero francese e suddivisa in dipartimenti, l’atto rappresentò un riconoscimento fondamentale per l’identità culturale della regione che aveva dato i natali alla tradizione letteraria nazionale.
Di Mirko Aglianò
Il provvedimento stabiliva che l’italiano potesse essere impiegato nei tribunali, negli atti notarili e nelle scritture private, pur mantenendo il francese come lingua ufficiale dello Stato. Tale concessione non fu un semplice atto di clemenza, ma il riconoscimento della forza intrinseca della lingua del “Sì”. La storia di Napoleone è infatti indissolubilmente legata a quella d’Italia, non solo per le origini familiari e il cognome, ma per il ruolo che le sue campagne ebbero nel risvegliare il sentimento unitario. Sebbene il suo governo fosse di natura occupazionale, l’introduzione di codici legislativi uniformi e l’abbattimento delle barriere doganali iniziarono a cementare l’idea di una nazione comune.
La scelta di proteggere l’idioma toscano si inserisce nel lungo processo di formazione dell’italiano, che proprio in quegli anni cominciava a uscire dalle accademie per diventare strumento di amministrazione e dibattito civile. Il “bilinguismo” imposto da Bonaparte, pur nei limiti della dominazione straniera, permise alla lingua di Dante di resistere all’assimilazione culturale francese. L’eredità napoleonica in Italia resta dunque ambivalente: se da un lato l’imperatore fu un conquistatore, dall’altro le sue riforme e la difesa dei particolarismi linguistici locali paradossalmente prepararono il terreno intellettuale su cui, pochi decenni dopo, si sarebbe innestata la stagione del Risorgimento.
Last modified: Aprile 9, 2026
