Roma — Il 30 ottobre 1922 rappresenta una delle date più decisive della storia italiana del Novecento. In quel giorno, il re Vittorio Emanuele III conferì ufficialmente l’incarico di formare il governo a Benito Mussolini, segnando l’inizio del Ventennio fascista e la fine del fragile equilibrio liberale che aveva retto il Paese dopo l’unificazione.
Di Mirko Aglianò
L’incarico giunse al termine della cosiddetta Marcia su Roma, iniziata il 28 ottobre 1922, quando circa 25.000 squadristi fascisti si radunarono nella capitale per esercitare pressione sul governo. Di fronte al rischio di scontri armati e di un possibile vuoto di potere, il presidente del Consiglio Luigi Facta presentò le dimissioni e propose al sovrano di proclamare lo stato d’assedio. Vittorio Emanuele III, tuttavia, rifiutò di firmare il decreto, temendo una guerra civile e confidando di poter controllare Mussolini attraverso un governo di coalizione.
Il leader fascista, allora trentanovenne, fu convocato da Milano e arrivò a Roma il 30 ottobre, accolto da una folla che lo acclamava come “l’uomo della salvezza nazionale”. Il giorno seguente presentò la lista dei ministri, nella quale figuravano ancora esponenti liberali, nazionalisti e popolari: un esecutivo che, almeno formalmente, si collocava nel solco della monarchia costituzionale.
Come osservò lo storico Denis Mack Smith, “il re consegnò il potere a Mussolini non per debolezza, ma per calcolo politico”, convinto che il fascismo potesse stabilizzare il Paese e arginare il socialismo. In realtà, quell’atto aprì la strada alla dittatura, che nel giro di pochi anni avrebbe smantellato ogni libertà politica.
Il 30 ottobre 1922 segna dunque l’inizio di una nuova fase della storia italiana, in cui l’autoritarismo prese il posto della democrazia parlamentare. Un passaggio che, come ricordano gli storici, non fu il frutto di un colpo di Stato, ma di una crisi della classe dirigente liberale incapace di difendere le istituzioni dello Stato.
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Last modified: Ottobre 30, 2025
