Roma (martedì, 24 febbraio 2026) — Nel cuore del calendario religioso romano, il Regifugium occupa una posizione di singolare rilievo critico. Svoltosi storicamente nei comitia calata, il rito trovava il suo culmine nel sacrificio officiato dal Rex Sacrorum presso il Foro, seguito da una sua repentina fuga. Gli antichi autori, tra cui Ovidio, collegavano tradizionalmente questo evento alla cacciata di Tarquinio il Superbo e alla fine della tirannia monarchica nel 509 a.C. Tuttavia, la filologia moderna e gli studi storico-religiosi propongono interpretazioni più profonde, slegate dalla cronologia repubblicana e radicate nella gestione del tempo sacro.
Di Mirko Aglianò
L’ipotesi più accreditata vede nella fuga del re una rappresentazione rituale della fine dell’anno lunare. Essendo febbraio l’ultimo mese del calendario di Numa, il re-sacerdote fuggirebbe per simboleggiare l’anno che “scappa” via, lasciando spazio alla rigenerazione di marzo. La funzione del Rex Sacrorum era infatti quella di preservare le prerogative religiose un tempo appartenenti al sovrano politico, ma spogliate di ogni potere civile. La sua fuga dal Foro, cuore pulsante della vita pubblica, simboleggerebbe dunque la necessità di allontanare una figura sacrale divenuta “ingombrante” o “esausta” al termine del ciclo annuale.
Un altro elemento tecnico rilevante riguarda la coincidenza del rito con i giorni dell’intercalazione. Anticamente, il Regifugium cadeva poco prima del capodanno del 1° marzo, agendo come un rito di passaggio volto a espiare le colpe dell’anno trascorso. Questa “fuga” non sarebbe dunque un atto di timore, ma una necessaria transizione magico-religiosa: il re si allontana affinché la comunità possa affrontare il nuovo ciclo priva del peso del passato. Ancora oggi, la ricorrenza del 24 febbraio rimane un documento prezioso per comprendere come Roma abbia saputo integrare la propria evoluzione politica con le più arcaiche strutture del mito.
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Last modified: Febbraio 24, 2026
