Roma (domenica, 20 luglio 2025) — Il 20 luglio 1985 segna una data cruciale per l’archeologia subacquea e per la storia della navigazione coloniale: il cacciatore di tesori Mel Fisher annunciò il ritrovamento del relitto della Nuestra Senora de Atocha, galeone spagnolo affondato nel 1622 al largo delle isole Keys (appartenenti alla Florida) durante una tempesta. L’imbarcazione era parte della cosiddetta “Flotta del tesoro”, che trasportava ricchezze dalle Americhe verso la Spagna.
Di Mirko Aglianò
Il Nuestra Senora de Atocha partì dall’Avana il 4 settembre 1622, carico di argento, oro, smeraldi, rame e altri beni provenienti dai territori coloniali sudamericani, in particolare dalla Bolivia e dalla Colombia. Pochi giorni dopo, fu colto da un uragano che lo fece naufragare. Le stime odierne valutano il carico trasportato in oltre quattrocento milioni di dollari, anche se molti studiosi ritengono che il valore storico e culturale del ritrovamento superi quello meramente economico.
Il ritrovamento fu il risultato di una ricerca durata più di sedici anni. Fisher e il suo team, grazie a tecnologie sonar e a immersioni sistematiche, localizzarono infine il relitto a circa cinquanta chilometri dalla costa. Il carico rinvenuto includeva oltre quaranta tonnellate d’argento, più di centomila monete, lingotti d’oro e migliaia di smeraldi, alcuni dei quali di straordinaria purezza e dimensione.
Il caso del Nuestra Senora de Atocha è diventato emblematico non solo per la sua spettacolarità, ma anche per le complesse dispute legali che seguirono. Il governo statunitense rivendicò il possesso del tesoro, ma nel 1982 la Corte Suprema della Florida confermò i diritti esclusivi di Fisher sul relitto.
Oggi, parte del tesoro è esposto presso il Mel Fisher Maritime Museum a Key West, testimonianza concreta di un’epoca in cui il dominio dei mari si intrecciava strettamente con la conquista, il commercio e il mito dell’oro.
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