Roma (lunedì, 2 marzo 2026) — Quando le avanguardie gotiche cinsero d’assedio l’Urbe nel marzo del 537, la città appariva come un’ombra della metropoli imperiale di un tempo. Tuttavia, la strategia di Giustiniano I prevedeva la riconquista dell’Italia come pilastro della Restitutio Imperii. Al comando di una forza numericamente esigua ma tecnicamente superiore, il generale Belisario si trovò a dover difendere un perimetro murario vastissimo contro un nemico che contava decine di migliaia di guerrieri. La sua figura incarna la transizione tra l’antichità e il medioevo: un tattico sopraffino capace di coniugare la disciplina delle legioni con l’uso innovativo della cavalleria corazzata e degli arcieri a cavallo.
Di Mirko Aglianò
Durante i 374 giorni di assedio, Belisario diede prova di un genio ingegneristico e psicologico fuori dal comune. Per contrastare il blocco degli acquedotti operato dai Goti — che intendevano affamare la città e fermare i mulini — il generale ideò i mulini natanti sul Tevere, garantendo la produzione di farina. Le Mura Aureliane vennero rinforzate e dotate di macchine belliche d’avanguardia, come le balliste e gli “scorpioni”, che decimarono le torri d’assedio nemiche. La sua capacità di mantenere l’ordine tra una popolazione civile stremata e di lanciare sortite fulminee trasformò quella che doveva essere una capitolazione certa in un logoramento fatale per l’esercito di Vitige.
La vittoria di Belisario nel 538 non fu solo un successo militare, ma un atto di salvaguardia dell’identità romana. Sebbene le Guerre Gotiche avrebbero in seguito devastato la penisola, la difesa di Roma del 537 rimane il testamento politico di un generale che, fedele a un imperatore lontano e spesso sospettoso, scelse di combattere tra le rovine dei Cesari per riaffermare l’universalità di un impero che non voleva tramontare.
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Last modified: Marzo 2, 2026
