Roma (mercoledì, 16 luglio 2025) — Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, in Russia, lo zar Nicola II, la zarina Aleksandra e i loro cinque figli furono giustiziati dai bolscevichi nella casa Ipatiev, ponendo fine in modo drammatico a oltre tre secoli di dinastia Romanov. L’evento, deciso nel contesto della rivoluzione russa, segnò non solo la caduta della monarchia ma anche la fine simbolica dell’Impero russo.
Di Mirko Aglianò
Secondo i documenti ufficiali del Soviet degli Urali, l’esecuzione fu ordinata per impedire un possibile salvataggio da parte delle truppe monarchiche. I corpi vennero occultati e bruciati in parte, contribuendo alla nascita di numerose leggende, la più celebre delle quali riguarda la possibile sopravvivenza della granduchessa Anastasia.
Per decenni, si sono moltiplicate le voci su una sua fuga, alimentate da varie donne che sostenevano di essere la figlia dello zar. La più famosa fu Anna Anderson, che emerse in Germania negli anni Venti, suscitando dibattiti e indagini, ma senza prove definitive.
Solo con il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura degli archivi, la verità cominciò a emergere. Nel 1991 furono ritrovati i resti della famiglia imperiale, identificati scientificamente grazie all’analisi del DNA. Nel 2007, il ritrovamento di due ulteriori corpi, confermati essere quelli di Aleksej e di una delle sorelle (molto probabilmente Anastasia o Maria) pose fine alla lunga controversia.
L’esecuzione dei Romanov è oggi ricordata come uno degli episodi più cruenti della rivoluzione russa. Nel 2000, la Chiesa ortodossa russa canonizzò Nicola II e la sua famiglia come “portatori della passione”.
La leggenda di Anastasia resta tuttavia impressa nell’immaginario collettivo, simbolo di un passato tragico ma anche di speranza, che testimonia la complessità del rapporto tra memoria, mito e verità storica.
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