Roma (martedì, 15 luglio 2025) — Il 15 luglio 1799, nei pressi della città egiziana di Rosetta (l’odierna Rashid), un ufficiale francese al seguito della Campagna d’Egitto di Napoleone rinvenne una lastra di pietra che avrebbe rivoluzionato la comprensione dell’antico Egitto: la Stele di Rosetta. Il reperto, datato al 196 a.C., conteneva un decreto sacerdotale in tre scritture distinte: geroglifico, demotico e greco antico. Proprio questa peculiarità rese la stele uno strumento fondamentale per la decifrazione della scrittura geroglifica, fino ad allora rimasta indecifrabile.
Di Mirko Aglianò
La lastra, oggi conservata al British Museum, rappresenta uno dei capisaldi dell’archeologia e della linguistica storica. Fu il filologo francese Jean-Francois Champollion a risolvere l’enigma nel 1822, dopo anni di studi comparativi. Partendo dalla sezione greca e utilizzando i nomi reali evidenziati nei cosiddetti “cartigli”, Champollion riuscì a dimostrare che i geroglifici non erano meri simboli figurativi, ma un sistema fonetico complesso. Scrisse: “Ho afferrato il sistema: ora posso leggere tutte le iscrizioni egiziane”.
Da questa scoperta nacque l’egittologia come disciplina scientifica. L’Ottocento fu segnato da un crescente interesse europeo per l’Egitto, favorito anche dall’espansione coloniale. Le campagne archeologiche si moltiplicarono: tra i ritrovamenti più celebri si annoverano le tombe della Valle dei Re, culminate nel 1922 con la scoperta del sepolcro di Tutankhamon da parte di Howard Carter.
Oggi l’egittologia è una scienza autonoma, che combina filologia, archeologia e antropologia per ricostruire una civiltà durata oltre tremila anni. La Stele di Rosetta continua a essere un simbolo della conoscenza e del dialogo interculturale, ricordando il valore della traduzione come ponte tra mondi lontani nel tempo.
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